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1986, 30 Novembre - Il Mostro di St. Augustine Stampa E-mail
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martedì 18 marzo 2008 01:27

Il Mostro di St. Augustine

Introduzione

Nel Novembre del 1896, sulle spiagge dell’Anastasia Island, nei pressi di St. Augustine, in Florida, il mare regalò alla piccola città di St. Augustine qualcosa di molto interessante: un globster, il primo che sia stato ufficialmente documentato e, probabilmente, il più dibattuto. I globster sono enormi masse organiche dall'aspetto informe e dalla difficile identificazione; a volte si tratta di balene decomposte ma non sempre si riesce a fugare completamente i dubbi. Questa carcassa ha subito innumerevoli esami nel corso degli anni, tuttavia non sono mancati pareri discordanti e incertezze.

La Storia del St. Augustine Monster

L’enorme massa fu rinvenuta il 30 Novembre da due ragazzi, Herbert Coles e Dunham Coretter, che avvisarono prontamente il medico locale, il dottor DeWitt Webb (fondatore della St. Augustine Historical Society), che il giorno seguente (1 Dicembre) si recò sul posto per esaminare lo strano reperto. La prima impressione del dottor Webb fu che si trattasse di un animale gravemente mutilato ed in avanzato stato di decomposizione. La carcassa era mezza sprofondata nella sabbia a causa del suo enorme peso; presentava un colore rosa molto chiaro, quasi bianco, con dei riflessi argentei quando colpita dai raggi solari. Era composta da un materiale gommoso molto resistente, tanto che si tagliava a fatica. Le dimensioni della carcassa erano di circa 7 metri di lunghezza, 2,5 di larghezza e 1,3 di altezza.

DeWitt Webb
Il dottor DeWitt Webb

I due ragazzi che avevano trovato la carcassa pensarono inizialmente ad una balena, essendosi verificato uno spiaggiamento simile due anni prima vicino la foce del Matanzas River, diversi chilometri più a sud. Il dottor Webb, ritenne invece trattarsi dei resti di un gigantesco cefalopode (octopus), poiché gli parve di riconoscere quattro moncherini che dovevano essere dei tentacoli e un quinto tentacolo arenatosi poco distante. Webb stimò il peso dell’enorme massa intorno alle cinque tonnellate. Il dottor Gorge Grant, proprietario di un albergo situato vicino al luogo del ritrovamento, descrisse la carcassa in un articolo che apparve poi il 13 Dicembre 1896 nel quotidiano Pennsylvania Grit of Williamsport. Grant cercò di sfruttare commercialmente l’avvenimento costruendo una tettoia sopra la carcassa e facendo pagare i visitatori; Webb si oppose a ciò recintando la creatura e asserendo che apparteneva alla scienza.

Il 7 Dicembre, Webb ingaggiò Edgar Van Horn e Ernest Howatt, due fotografi dilettanti, per immortalare la creatura. Furono scattate almeno due fotografie: una frontale, che mostrava i moncherini dei presunti tentacoli, e una laterale, nella quale si vede anche un uomo, probabilmente lo stesso Webb, per fare da riferimento di scala. Webb inviò le foto, insieme ad una descrizione, a J. A. Allen, del Museum of Comparative Zoology ad Harvard. Allen non rispose, ma le controverse immagini attirarono l’attenzione del professor Addison Alpheus Hyatt Verrill, di Yale, che allora era considerato la massima autorità statunitense in materia di cefalopodi, avendo pubblicato 27 articoli sui calamari giganti arenati sulle spiagge nordamericane, in particolare a Terranova. Leggendo la descrizione di Webb ed osservando le foto, Verril si convinse che doveva trattarsi di un octopus, in altre parole di una grande piovra; gli attribuì anche un nome scientifico: Octopus Giganteus Verrill o Otoctopus giganteus. Il 3 gennaio 1897, Verrill pubblicò un articolo a proposito sull’Herald di New York, ma le foto di Webb non furono pubblicate perché sovraesposte. Al loro posto, fu pubblicato uno schizzo di Verrill basato sulle foto.

La carcassa
Il Dottor Webb vicino alla carcassa

Fra il 9 e il 15 gennaio, una marea da tempesta scaraventò la carcassa in mare, che fu trasportata al largo dalle onde. Fortunatamente, si arenò alla successiva marea, questa volta a Crescent Beach, due miglia più a sud. Per evitare che l’episodio si ripetesse, Webb decise di spostare la carcassa in una posizione più elevata; servendosi di quattro cavalli, un argano e un pesante paranco, riuscì a trasportare il globster diverse miglia più vicino a St. Augustine. La dimora finale della carcassa fu a South Beach, Anastasia Island, vicino l’hotel di George Grant, dove fece da attrazione turistica e fu visitata da un gran numero di persone.

Il dottor Webb si tenne in contatto anche con William Healy Dall, curatore della sezione molluschi dello Smithsonian: in una delle sue lettere, Webb gli chiese di venire ad ispezionare la carcassa, ma Dall non ottenne dall’istituto i fondi necessari per recarsi sul posto o per trasportare la creatura a Washington. A questo punto, Webb raccolse dei campioni di tessuto dalla carcassa che inviò sia a Dall che a Verrill; in una lettera datata 5 febbraio 1897 scrive:

Disegno di Verrill
Disegno del dottor Verrill basato sulle fotografie; si possono osservare i presunti moncherini

«Mi sono recato nuovamente ad esaminare la carcassa e ho prelevato campioni per lei e per il dottor Verrill di Yale. Ho tagliato due pezzi dal mantello e due pezzi dal corpo e li ho lasciati in una soluzione di formalina per qualche giorno prima di spedirveli.»

Quando il dottor Verrill ricevette i campioni, concluse che non si trattava di un octopus o di qualsivoglia cefalopode, bensì di un cetaceo; ma non seppe identificare né la specie né a quale parte anatomica appartenessero quei campioni. Il 19 marzo di quell'anno, Verrill era pronto ad affermare che si trattava di un capodoglio, sebbene non ne avesse l'aspetto. Più precisamente, secondo Verrill si trattava della parte superiore della testa di un capodoglio staccatasi dal cranio. Questa teoria non trovò il favore di Webb, che continuò a sostenere la tesi dell'octopus.

Tutta la faccenda venne allora dimenticata fino a quando, nel 1957, il dottor Forrest Glenn Wood, curatore del Marineland of Florida (parco acquatico aperto nel 1938 appena sotto St. Augustine) e socio fondatore della International Society of Cryptozoology (Società internazionale di criptozoologia), trovò un vecchio giornale ingiallito nel quale erano riportati i fatti relativi al mostro di St. augustine. Wood ne rimase subito affascinato e venne a sapere che alcuni campioni del tegumento della carcassa erano conservati allo Smithsonian Institution. Wood riuscì a far spedire piccoli campioni al suo collega Joseph F. Gennaro Jr, un biologo cellulare dell'Università della Florida. Gennaro confrontò i campioni della carcassa di St. Augustine con i tessuti delle specie di cefalopodi note (come i polpi o i calamari), pubblicando le sue scoperte nel numero di Marzo 1971 del periodico Natural History: da un'analisi al microscopio polarizzatore, Gennaro poté constatare che la carcassa non poteva assolutamente appartenere ad un qualsiasi cetaceo, poiché la struttura del tessuto connettivo presentava ampie fasce nel piano della sezione e fasce di uguale larghezza disposte perpendicolarmente. Tale struttura era molto simile, se non identica, con i campioni di cefalopodi messi a confronto da Gennaro.

La carcassa mentre viene trasportata lontano dalla spiaggia Click sull'immagine per ingrandire

Le implicazioni che sarebbero scaturite dalle affermazioni di Gennaro, erano evidenti; risulta infatti difficile accettare l'idea di una piovra dai tentacoli lunghi trenta metri: per questo motivo, nel 1986, il biochimico della University of Chicago Roy Mackal, anch'egli socio fondatore della International Society of Cryptozoology, decise di condurre un proprio esame sui campioni. Secondo Mackal, infatti, pur essendo i risultati di Gennaro affascinanti, era necessario compiere ulteriori esami biochimici per fugare ogni dubbio sull'identificazione di quei tessuti. Lo scienziato sottopose quindi i campioni a diversi test per verificare le concentrazioni dei vari tipi di amminoacidi e mise i risultati a confronto con le composizioni di amminoacidi conosciute dei tessuti della Stenella attenuata (una specie di delfino), di un Delphinapterus leucas (un cetaceo noto anche come Beluga), di un calamaro gigante e di due specie di octopus. Mackal pubblicò le sue scoperte sul periodico Criptozoology:

Vista laterale della carcassa Click sull'immagine per ingrandire

«Sulla base degli studi istologici del dottor Gennaro e delle presenti analisi degli aminoacidi e dei livelle di rame e ferro, è certo che la massa arenatasi a S. Augustine nel novembre del 1896 era essenzialmente composta da proteine di collagene, non riconducibile a grasso di balena. Concordo quindi con l'identificazione del dottor Webb e del dottor Verrill secondo cui si tratta di un gigantesco cefalopode, probabilmente un octopus, che non figura fra le specie conosciute.»

I campioni della carcassa di St. Augustine vennero esaminati nuovamente nel 1995 con l'ausilio del microscopio elettronico ed esami biochimici. I risultati dei test, che contestavano le scoperte di Gennaro e di Mackal, furono riportati sul Biological Bulletin. Secondo gli scienziati, i campioni erano composti da collagene virtualmente puro e non presentavano né le caratteristiche biochimiche del collagene proprio degli invertebrati né la struttura fibrosa di un octopus. I risultati facevano pensare che la massa fosse in realtà composta da i resti della pelle di un enorme vertebrato a sangue caldo (quindi una balena) e che non ci fossero elementi a sostegno dell'esistenza dell'Octopus giganteus.

Ultimo aggiornamento ( sabato 31 maggio 2008 00:26 )
 

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